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Il buono, il brutto e il creativo

Picture of Pasquale Borriello

di Pasquale Borriello

7 febbraio 2019

Non è proprio come in Mad Men. Forse non lo è realmente mai stato, sicuramente non lo è più. Ma fare il creativo, o l'account, o il developer o lo strategist in un'agenzia creativa ha qualcosa di affascinante. E poi è sempre meglio che lavorare. O no?

Ci sono tanti motivi per lavorare in un’agenzia creativa. Si fa un lavoro stimolante, si cambia sempre progetto – se non addirittura cliente visto che i team mono-cliente sono sempre più rari – e si cerca di studiare sempre i nuovi trend del mercato.

 

Aggiungeteci che le aziende-clienti – proprio come le persone – sono più volubili ed emotive che mai e quindi in agenzia si ha sempre la sensazione di rincorrere qualcosa che non si raggiunge davvero mai.  Roba del tipo che prima che finisca un progetto sono già cominciati i problemi su un altro. E così via.

 

Tutto questo ha dei lati negativi. In particolare, il livello di stress percepito da quello che definirei "animale d'agenzia" è più alto rispetto ad altri lavori tipicamente aziendali. E questo perché c'è una distanza talvolta incolmabile tra quello che le persone fanno (o percepiscono di fare) e quello che pensano sia chiesto loro di fare. Questo vale sia dal punto di vista qualitativo (i.e. non sono abbastanza bravo/brava per quello che devo fare) che soprattutto quantitativo (i.e. non lavoro mai abbastanza).

 

In pratica, s'innesca un loop che porta inevitabilmente al burnout. Secondo una riceca Digiday, il 32% delle persone che lavora in un'agenzia è preoccupato per la propria salute mentale.

 

burnout

Qualche idea per risolvere il problema?

 

Avendo a che fare principalmente con la generazione dei millennials, che compongono il corpo operativo senior delle agenzie di oggi, la situazione non è semplice. Partiamo da un problema d'identità generazionale e poi individuale. Da Millennial io stesso posso assicurarvi che trovare la propria posizione nel mondo (e quindi anche in famiglia, in agenzia etc.) per chi è nato nei ruggenti anni '80 (Drive In, remember?) non è affatto facile.

 

Nelle agenzie servirebbe istituire il diritto ad essere felici, cosicché si possa tornare a casa (o in palestra o dove si vuole) ad un'ora decente senza vergognarsi. Ma cosa significa essere felici?

 

La teoria più utile per identificare dei parametri adeguati anche ai millennials più esigenti, è quella della griglia dei bisogni di Max-Neef. Ve la riporto qui sotto, ma il principio è semplice: per potersi sentire soddisfatti (o felici?) della propria vita, devo poter soddisfare tutti i bisogni senza ordine di priorità. Tutti i bisogni sono ugualmente importanti al netto di alcune preferenze personali (il mio primo datore di lavoro amava dire "se voglio comprarmi un pianoforte da 40.000€ e poi mangiare pane e cipolla è un problema mio") e di alcuni bisogni fisiologici di base (i.e. se non respiro non posso essere felice, mavà?).

 

max-neef-needs

Secondo Max-Neef

"I bisogni umani fondamentali devono essere compresi come un sistema la cui dinamica non obbedisce a delle linearità gerarchiche. Questo vuol dire che, da un lato, nessun bisogno è di per sé più importante di un altro e, dall’altro lato, che non c’è nessun ordine fissato di precedenza fra i bisogni.

Quali sono i rischi per le agenzie? E per le aziende?

 

Ci sono tanti problemi operativi per le agenzie: attrarre talenti, mantenerli e generare un impatto positivo sui dipendenti (e le loro famiglie) devono essere delle priorità percepite dal management altrimenti è difficilissimo andare avanti.

 

Per non parlare del fatto che un'agenzia in salute viene percepita dal mercato perché comincia a vincere gare, acquisire nuovi clienti e – se ha proprio tanta fortuna - diventare 'di moda'. E questo è un ciclo ascendente che dura qualche anno finché non si arriva – guarda un po' – al burnout di cui sopra.

 

E questo è disastroso per le aziende, che infatti in tanti casi si sentono di dover cambiare agenzia spesso. Significa ricominciare daccapo e quasi da zero ogni volta. E poi si ricomincia. Con buona pace dei programmi di sviluppo a medio termine. 

 

E invece no, niente burnout. Chiuso un ciclo, ci può essere lo step up. Si può passare al livello successivo. Ma serve davvero un sforzo immane da parte di tutti. E poi forse un'arca ci salverà.

 

 

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Pasquale Borriello

7 febbraio 2019



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7 febbraio 2019